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Diseguaglianza di genere: poche le donne ricercatrici nelle università. Ancora meno le donne che si occupano di materie Stem. La diseguaglianza determina una perdita di talenti, di saperi, di valore nella ricerca e nell’insegnamento universitario. La parità di genere, invece, è segno di crescita sociale.

Un diritto fondamentale, un principio sancito dalla nostra Costituzione. Per questo potersi avvantaggiare dall’avanzamento della conoscenza, dall’arricchimento intellettuale, dal guadagno economico culturale è un passo fondamentale per la nostra democrazia. E così che il Miur, il Ministero alla Pubblica Istruzione, traccia un quadro della situazione italiana in un documento.

La ricerca del Miur

La diseguaglianza di genere esiste e si aggrava nel corso della carriera, raccontano i dati. Nel 2014 è pari al 50,6 la percentuale di donne titolari di assegni di ricerca; c’è una percentuale del 45,9% per i ricercatori universitari, del 35,6% per i professori associati e del 21,4% per i professori ordinari. Inoltre, si nota che questa forbice è maggiore nei settori Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics). E il divario in questi settori – si specifica nel documento – è più marcato rispetto alla media europea.

I dati presentati nel documento non si discostano troppo da quelli del focus ‘Il personale docente e non docente nel sistema universitario italiano – a.a 2016/2017’, del gennaio 2018. In questo report si evidenzia come le donne rappresentino circa il 40% di docenti e ricercatori. E come più della metà (il 50,7%) siano titolari di assegni di ricerca, man mano che si sale la presenza delle donne diminuisce (46,6% tra i ricercatori, 37,2% tra i professori associati, 22,3% fra gli ordinari.

Ciò che preoccupa, nel caso italiano, è la quasi totale mancanza di miglioramento, con percentuali piccolissime di riduzione del divario. Per fare un esempio, tra il 2010 e il 2016, le professoresse ordinarie in materie Stem sono passate dal 16% al 18%. Un tasso di incremento che non consentirebbe di raggiungere percentuali di riequilibrio consone alla presenza femminile nei livelli bassi neppure in 50 anni.

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La disparità di genere non è solo un problema di equità

La persistenza della diseguaglianza di genere non rappresenta solo un problema di equità. Nel senso che si privano ingiustamente le persone di un sesso della possibilità di sviluppare le proprie potenzialità e di dare il proprio contributo allo sviluppo della ricerca. Rappresenta soprattutto un problema di efficienza ed efficacia della politica della ricerca. Perché? Si escludono, a parità di posizioni di ricerca, le persone più capaci e competenti di un sesso a favore di persone dell’altro sesso. Da cui il problema dell’efficienza. Inoltre limita i temi di ricerca a quelli di interesse di un sesso, dato che è stata evidenziata una sistematica differenza negli interessi di ricerca dei due sessi. Distorce i risultati della ricerca in tutti quei casi in cui non si presti adeguata attenzione alla differenza tra i sessi (come nel caso della medicina di genere).

La diseguaglianza di genere anche all’estero

Una disuguaglianza che inizia molto presto, anche nella percezione. E purtroppo non solo in Italia. Uno studio, primo nel suo genere, dimostra che negli anni del college i maschi alle prese con lo studio della biologia si percepiscono come più intelligenti, anche se paragonati a compagne dai voti invidiabili.

Mentre, al contrario, le studentesse tendono a sottovalutarsi. La ricerca, pubblicata su “Advances in Physiology Education”, mostra che il genere ha un forte impatto sulla percezione della propria intelligenza da parte degli studenti. In particolare, quando si confrontano con gli altri. E promette di sollevare discussioni sul tema delle donne nella scienza.

Dove si annidano le cause della diseguaglianza di genere?

Ma quali sono le cause della mancata integrazione ancora oggi, dove la parità fra i sessi è ritenuta una priorità? Intanto, la possibile presenza di stereotipi e pregiudizi più o meno inconsci nella rete delle istituzioni nei confronti di giovani studiose. Sia chiaro, non si deve fare di tutta l’erba un fascio, ma è chiaro che possibili pregiudizi possono influenzare sia la domanda formale da parte delle istituzioni sia quella informale. Poi ci sono i fattori esterni. Risulta ancora difficile, per esempio, la conciliazione tra vita professionale e familiare. In questo senso la presenza o meno dei servizi legati alla famiglia diventa fondamentale per le donne.

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